Lightbox Effect

L'eco-dermocompatibilità
A cura di Riccarda Serri, Presidente Skineco

Perché "SKINECO"? Perché Dermatologia Ecologica?

La dermatologia ecologica è un tema di grande attualità. Da un lato è in grande aumento l'interesse per i cosmetici, i loro ingredienti e i reali effetti sulla pelle; dall'altro cresce in maniera esponenziale l'attenzione per l'ambiente e la sua salvaguardia.

La domanda alla quale è necessario rispondere è: "che cosa fa bene alla pelle e allo stesso tempo non impatta negativamente sull'ambiente?" La risposta può arrivare dal dermatologo, il vero punto di riferimento in quanto medico e scienziato esperto di cura della pelle.

Nasce quindi il nuovo concetto di eco-dermo-cosmetica che, per essere realmente impattante, ovviamente, necessita di grande rigore scientifico e di un approccio estremamente razionale.

Negli ultimi anni si registra, a livello europeo e mondiale, un aumento di:

- pelli sensibili
- pelli reattive
- dermatosi cosmetogene, causate o slatentizzate da cosmetici (DS, Rosacea, Acne adulta, DIC)
- dermatite atopica
- cute asfittica
- "pori dilatati"
- comedoni
- iperpigmentazioni post-infiammatorie

Sono anche in aumento le pelli che non migliorano, nonostante l'uso di prodotti cosmetici e la comparsa di secchezza e desquamazione.

Le cause possibili di queste affezioni possono essere di vario tipo:

Opinioni: 

Sei modi di dire Greenwashing.

18:45 giovedì 28 giugno 2012

Continuo a leggere, ad informarmi, ad imbattermi in cose che non conoscevo e che non avrei mai immaginato. Continuo a scoprire forse l'acqua calda... La scoperta di oggi è il greenwashing, termine che onestamente fino ad ora non avevo mai sentito.
Ecco allora 6 modi dire greenwashing, tratto dall'omonimo documento di cui riportiamo un breve stralcio, consultabile presso il sito di Greenbean, la prima agenzia italiana di brand communication interamente dedicata alla sostenibilità che ha appunto effettuato uno studio sull'argomento:



1 - Uno contro tutti: Evidenziare una singola caratteristica ritenendola sufficiente per classificare come green il prodotto, ignorando del tutto altri aspetti più importanti. È il comportamento più diffuso: 18 casi eclatanti, di fatto quasi tutte le campagne analizzate cadono nell’errore.

Comprendere l’impatto dei singoli ele- menti, lungo tutto il ciclo di vita del prodotto. Individuare le priorità d’intervento, comunicare le azioni intraprese e quelle che verranno. Coinvolgere le persone, dentro e fuori l’azienda.

2 - E chi lo dice?: Negare informazioni, che siano dati o specifiche caratteristiche, a supporto di quanto dichiarato. Spesso queste informazioni mancano del tutto o sono difficilmente recuperabili anche sul sito web del brand. Se l’informazione esiste perché renderla non disponibile?

Essere generosi con le informazioni, è una scelta che non significa sem- plicemente abbondare, ma porgerle in modo semplice, comprensibile e, magari, divertente, stabilendo così una dinamica comunicazionale “umana”.

Opinioni: 

Come riconoscere i prodotti per il corpo ed i cosmetici finti naturali? Una guida per smascherare gli eco-furbi e scegliere prodotti di bellezza davvero ecobio

I cosmetici eco bio stanno guadagnando sempre più fette di mercato, lo diciamo e sosteniamo da molto: e non siamo gli unici ad essercene accorti, anche i grandi marchi, fiutando l’affare, stanno incominciando a investire nel settore partendo dal marketing e dal packaging. Sugli scaffali sfoggiano accattivanti confezioni dai colori chiari, puntano sulle tonalità del verde e i colori caldi della terra come gialli o arancioni: tutti colori che richiamano piacevolmente l’idea di natura, la nostra energia vitale.

Non mancano poi anche diciture come “naturale”, “ecologico”, “bio”, “pure”, tutte in bella evidenza. Ma dobbiamo fare attenzione che non si tratti di greenwashing [termine inglese relativamente nuovo, che unisce il concetto di “green” (verde inteso in senso ecologico) e di “whitewashing” (dissimulare, nascondere, riabilitare) per indicare la tendenza da parte di aziende e qualsiasi tipo di società o organizzazione a pubblicizzare i propri presunti comportamenti ecosostenibili ed attenti all’ambiente  per  risultare, agli occhi dei consumatori,  attenti allo sviluppo sostenibile], la pratica ingannevole di cui abbiamo spesso parlato: le aziende eco-furbe fanno sembrare ecologici prodotti che in realtà sono tutt’altro che amici della pelle e dell’ambiente.

L’unica possibilità per smascherare i finti eco-cosmetici è leggere con attenzione l’etichetta e l’elenco degli ingredienti (INCI). Un estratto vegetale tra decine di sostanze derivate dal petrolio non è sufficiente per definire una crema naturale, come uno o due ingredienti bio non possono identificare uno shampoo come ecologico. Altra risorsa che ci può aiutare per orizzontarsi tra i marchi sono le certificazioni che escludono, nella lista degli ingredienti cosmetici, quelli più nocivi (ecco la nostra guida per imparare a conoscerle). (...) Come smascherarli? Ecco, per prima cosa ecco gli ingredienti che non dobbiamo assolutamente trovare in etichetta, quelli maggiormente dannosi per la salute della nostra pelle e dell'ambiente:

Opinioni: 

Detersivi ecologici e certificazioni

11:48 mercoledì 27 giugno 2012

In questo post si parlerà di detersivi ecologici e di relative certificazioni.
Ho raccolto un pò di materiale in merito che quindi andrò ad utilizzare. Partiamo da questo post trovato su detersivibiologici.it.

"La definizione di prodotto ecologico che dà wikipedia è la seguente:

Un prodotto si definisce ecologico quando ha un minore impatto ambientale rispetto agli altri prodotti della propria categoria. I prodotti ecologici, pur rimanendo competitivi dal punto di vista della qualità e del prezzo, devono garantire di essere più sostenibili degli altri lungo tutto il loro ciclo di vita: devono avere dei livelli di emissione di inquinanti e di consumo di energia più bassi nella loro fase di produzione, devono contenere la quantità più bassa possibile di sostanze chimiche tossiche o inquinanti, devono essere progettati per garantire un facile smaltimento ed il riciclaggio delle materie prime di cui sono composti.

E’ corretto secondo questa definizione considerare ecologico una enorme quantità di detersivi attualmente in commercio. E’ ecologico il detersivo di origine petrolchimica che può essere acquistato tramite un flacone ricarica; è ecologico un detersivo chimico per il quale è stato utilizzato un imballo biodegradabile; è ecologico un detersivo per il quale viene testata l’efficacia a basse temperature, in quanto la temperatura più bassa di lavaggio richiede minore energia per riscaldare l’acqua.

Ma è proprio così? Se il concetto di ecologico è così vago allora torna utile giudicare secondo propria coscienza. Ognuno di noi deve essere in grado di stabilire, in base alle proprie esperienze e alle proprie conoscenze, cosa sia ecologico e cosa non lo sia.

Parliamoci chiaro, un detersivo di origine petrolchimica non può essere definito ecologico perché imballato in un flacone che utilizza meno plastica del detersivo che gli sta a fianco nello scaffale.

Sta a ognuno di noi stabilire quali siano le regole per definire un detersivo ecologico. Io posso dire le mie, si possono condividere o meno ma ho io deciso di mettere dei paletti più rigidi della definizione che da wikipedia (...). Ecco le mie regole:

Opinioni: 

Ultime novità sul divieto per i test cosmetici | 18/09/2011

Fonte notizia

Argomento: Vivisezione
Notizia da: NoVivisezione.org

La battaglia contro i test su animali per gli ingredienti cosmetici diventa sempre più importante.

L'importanza della battaglia contro i "test cosmetici"
di Marina Berati

E' del 13 settembre 2011 un comunicato della Commissione Europea che annuncia la pubblicazione, nella stessa data, del dossier "Rapporto sullo Sviluppo, Convalida, e Accettazione Legale dei Metodi Alternativi agli Animali nel Campo della Cosmesi", nel quale si fa il punto della situazione su questo tema.

Dalla lettura di questo breve dossier, nonché di un dossier di dicembre 2010 del Comitato Scientifico per la Sicurezza dei Consumatori - SCCS ("The SCCS's notes of guidance for the testing of cosmetic ingredients and their safety evaluation") e di un articolo del maggio 2011 pubblicato sulla rivista scientifica Archive of Toxicology ("Metodi alternativi non-animali per i test cosmetici: stato attuale e prospettive future - 2010"), si possono trarre informazioni estremamente interessanti ed incoraggianti relative all'utilizzo di animali per i test cosiddetti "regolatori", vale a dire i test che devono essere obbligatoriamente fatti sui nuovi prodotti chimici messi in commercio per soddisfare le normative europee e mondiali.

In questo articolo cercheremo di spiegare in dettaglio quali test non si fanno più su animali e in quali campi, quali invece ancora si fanno su animali e quando saranno banditi, ma gli aspetti più importanti, che tutti coloro che vogliono combattere la vivisezione devono sapere (anche chi non è interessato ad entrare nei dettagli tecnici di date e normative), li riassumiamo nel prossimo paragrafo, assolutamente da leggere e divulgare!

Opinioni: 

POSITION PAPER del 26 Aprile 2012

Cosmetici e test su animali: la posizione dell’industria cosmetica
Da marzo 2009 i test su animali per scopi cosmetici sono proibiti in tutti i Paesi dell’Unione Europea

Unipro interviene per fare chiarezza sulla questione dei test su animali ad uso cosmetico e ribadire la posizione dell’industria cosmetica in riferimento alla campagna sensazionalista promossa in questi giorni da Lush Cosmetics presso alcuni propri punti vendita.
Questa campagna contribuisce infatti a creare disinformazione su un tema delicato e che tocca la sensibilità di molte persone perché genera l’impressione errata che i prodotti cosmetici siano normalmente testati su animali. Questo non corrisponde al vero in quanto la legge italiana ed europea lo vieta dal 2004 e dal marzo 2009 questo divieto è stato esteso anche agli ingredienti utilizzati per i cosmetici. Inoltre, sempre a partire da questa data, non è consentito commercializzare nel territorio comunitario i cosmetici che siano stati testati su animali nei Paesi extra-UE, sia come prodotto finito sia come ingredienti, con l’unica eccezione di alcuni test di tossicità molto complessi, e che riguardano i rischi più elevati per la salute.
Proprio in merito a questi ultimi test la Commissione europea deve valutare nei prossimi mesi se esistano metodi alternativi in grado di sostituirli definitivamente garantendo, al contempo, la massima sicurezza dei consumatori e quindi se confermare anche in questi casi il divieto finale previsto per il marzo 2013.

Opinioni: 

Stavo scrivendo un post sul cruelty free, sulle varie liste ed enti di certificazione quando mi sono imbattuto nel blog BIOVamp, dove ho trovato un articolo che più o meno contiene quanto probabilmente avrei scritto e sarei andato ad esporre, quindi ne approfitto ben volentieri.

"Standard Internazionale Cruelty-Free

Come possono le appassionate di make-up come me essere certe di comprare prodotti che non incrementino la vivisezione??? Innanzitutto occorre sapere che tutti gli ingredienti di sintesi sul mercato oggi, in passato sono stati testati per legge su animali, con metodi che come ben immaginate sono decisamente invasivi e dolorosi. Se un'azienda decide di investire sulla sintesi di una nuova molecola, per legge, tale sostanza deve essere testata su animali prima di poter esser introdotta nel mercato.
Dal 2005 circa in Europa è stato introdotto il divieto di testare il prodotto finito su animali, quindi tutte le diciture che generalmente si trovano sulle confezioni "prodotto finito non testato su animali", "Contro i test su animali", (...) ecc. non fanno altro che riferirsi al prodotto finito quindi affermano ciò che è ovvio per legge, ma non garantiscono che il prodotto sia cruelty-free, perché potrebbe contenere una molecola di nuova generazione tra i suoi ingredienti.
Quando si afferma che gli ingredienti sono al 100% naturali (vegetali non trattati con processi chimici) non sono richiesti per legge test su animali , quindi, a rigor di logica non occorre controllare le etichette.
Fortunatamente esiste lo STANDARD INTERNAZIONALE "standard cruelty-free" il quale definisce i punti necessari perché un azienda sia garantita al 100% cruelty-free.
- Ovviamente il prodotto finito non deve essere testato su animali (in altre parti del mondo purtroppo non vige sempre una normativa come quella Europea)
- I singoli ingredienti devono avere una FIXED CUT-OFF DATE ossia non sono più stati testati dopo un certo anno.

Opinioni: 

Visto che spesso tra le chiavi di ricerca del blog trovo "simbolo non testato sugli animali", mi viene spontaneo dedicare un post alla questione, affrontata già in precedenza ma più con il cuore che con la testa.
A tal proposito può tornare utilissimo un documento di cui sono venuto in possesso.
Si tratta di un fax inviato nel luglio del 1999 da UNIPRO (Unione nazionale industrie di profumeria, cosmesi, saponi da toeletta e affini) a tutti i suoi soci ed il cui oggetto recita così: messaggi pubblicitari contro la sperimentazione animale.

"Il problema delle affermazioni aziendali sulla pratica dei test su animali è stato oggetto di una riunione con la Commissione europea, che ha discusso un documento da questa preparato.
Sono emersi alcuni messaggi e logotipi inaccettabili perché non comprovabili da parte delle Aziende, mentre sono stati individuati altri utilizzabili perché preferibili e non ingannevoli.

Il tema della sperimentazione su animali continua ad essere per il settore cosmetico un’occasione di dibattito a livello scientifico e politico.
C’è comunque una nicchia crescente di Aziende cosmetiche che, facendo uso di claims legati al non utilizzo di animali, contano di attrarre specifici gruppi di consumatori.
La varietà di tali claims utilizzati in Europa e l’ampia gamma di criteri per supportare tali affermazioni hanno portato ad una grande confusione sia a livello di consumatori che di autorità regolatoria.
Anche le diverse interpretazioni date dai diversi Stati membri e dalle diverse legislazioni a supporto di tali diciture hanno portato ad una distorsione del mercato creando ostacoli alla libera circolazione delle merci.
Alla luce della situazione creatasi, la Commissione europea ha deciso di prendere una precisa posizione e di regolamentare, sia pur a livello orientativo, le aziende e gli Stati membri, per l’utilizzo di tali fraseologie.
A tale scopo la Commissione europea ha predisposto un documento che è stato oggetto di discussione in occasione di una riunione ad hoc alla quale hanno partecipato lo scorso 15 luglio, i delegati dei governi europei e dell’EFTA, i movimenti per il benessere degli animali (Coalizione ed Eurogroup) e l’industria.
La riunione, soprattutto per la presenza dei gruppi animalisti, è stata particolarmente vivace, ma, nonostante i diversi schieramenti ideologici esistenti a livello europeo, sul tema specifico, ha visto i delegati dei diversi paesi negativi nei confronti di tali fraseologie ed estremamente attenti e coalizzati negli obiettivi di evitare messaggi ingannevoli per il consumatore e di stabilire criteri comuni per l’utilizzo di tali messaggi.
A tal fine sono stati analizzati e discussi una serie di messaggi e logotipi in uso da parte delle aziende del settore e prese, se pur in via preliminare, le seguenti decisioni:

Opinioni: 

Visto che l'ultimo post riguardava l'acido citrico, per la par condicio mi sembra giusto richiamare in causa anche il percarbonato di sodio, essendo l'altro prodotto in polvere della Biolù che abbiamo a disposizione in negozio.

Così, girando per il web, ho trovato questo post che vado ad utilizzare.

In molti avranno sentito parlare più che altro di perborato di sodio che l’industria dei detersivi di oggi ha sostituito con il percarbonato di sodio, in altre parole l’ossigeno attivo di cui molti prodotti commerciali fanno lustro. In breve è il componente dei detergenti sbiancanti ed igienizzanti ma la vera arte del fai da te ecologico è trovarlo puro: infatti il percarbonato, se dissociato a profumi, enzimi, tensioattivi e sbiancanti ottici non è inquinante. Si trova sottoforma di polvere granulare bianca, attivo già a 40° non ingiallisce i capi come la candeggina, è inodore, migliora i lavaggi in presenza di acque particolarmente dure e calcaree, in lavatrice ne basta un cucchiaino scarso nella vaschetta insieme al detersivo; io generalmente lo acquisto on line (...) ma per fortuna ora si riesce a trovare anche in alcuni (rari) negozi che vendono prodotti naturali. Consiglio: i capi particolarmente sporchi si possono lasciare in ammollo con una punta di un cucchiaino di percarbonato, oltre a sbiancare e igienizzare lascia i tessuti più morbidi. (Fonte: ecopensare.net)

Se volete approfondire l'argomento, rimandiamo ad alcuni vecchi post  sugli sbiancanti ottici (1, 2).

Opinioni: 

Acido citrico mon amour.

17:41 sabato 23 giugno 2012

Nell'industria alimentare è usato (con la denominazione di E 330) come acidulante, antiossidante e conservante.
In ambito domestico si usa come anticalcare, ammorbidente, disincristante e brillantante.

Usi domestici
L'impiego dell'acido citrico è indicato:
- su tutte le superfici lavabili:
applicare una soluzione al 15% per eliminare le incrostazioni calcaree. Lasciare agire qualche minuto e risciacquare. Non utilizzare su marmo e pietre, legno, cotto e su tutte le superfici sulle quali è scoonsigliato l'uso di sostanze acide;
- in lavatrice come disincrostante:
ogni mese versare 1 litro di una soluzione al 15% direttamente nel cestello vuoto e avviare un programma ad alta temperatura;
- in lavatrice come ammorbidente:
versare 100ml di una soluzione al 10% nella vaschetta dell'ammorbidente;
- in lavastoviglie come brillantante:
riempire la vaschetta del brillantante con una soluzione al 15% e regolare l'indicatore al massimo.

Modalità d'uso
- preparazione soluzione al 10-15%:
sciogliere 100-150 g di acido citrico anidro puro in 1 litro d'acqua.

(Fonte: Gabriele, Bindi, a cura di. (2012) "Pulire al naturale. Ricette semplici ed ecologiche per la casa e il bucato senza l'utilizzo di prodotti tossici e inquinanti", Firenze, Terra Nuova Edizioni, pp.75-76)

Volete "personalizzare il vostro ammorbidente?
Ecco il video realizzato da Luana di LaboratorioVeg:

 

Gironzolando per la rete il curriculum dell'acido citrico si allunga ulteriormente...

Opinioni: 

Olio di canapa: Prevenzione e terapia delle malattie cardiovascolari. Le ultime notizie.
 
Jonas Elia*, Dany Belotherkovsky**

*dott. Jonas Elia, medico chirurgo specialista in pediatria e neuropsichiatria infantile.
** Belotherkovsky Dany, diplomato in Riflessologia ed in Medicina Omeopatica, attualmente studente nel corso di laurea in Medicina e Chirurgia presso l’Università degli Studi “La Sapienza” in Roma.

Le cause per cui si esplicita una malattia cardiovascolare sono molteplici e non tutte ancora ben chiare.

I principali fattori di rischio attualmente conosciuti consistono: alti livelli ematici di colesterolo non HDL (VLDL,IDL,LDL), basse livelli di HDL (colesterolo buono), aumento dei valori dei trigliceridi,  ipertensione e sovrappeso.

Il possibile precoce sviluppo dell’ aterosclerosi può provocare eventi cardiaci, trombosi ed ictus cerebrali, mentre l’ipertensione ed il sovrappeso aumentano l’incidenza del diabete di tipo 2, che complica il quadro principale comportando l’incremento d’incidenza delle malattie cardiovascolari.

Si sospetta che possano esserci anche altre cause, in particolare di natura infettiva e la sclerosi (indurimento) della parete arteriosa che compare con l’avanzare  dell’età.

Opinioni: 

L'olio di jojoba è uno dei più validi e antichi cosmetici naturali. Già i nativi d'America, che ne conoscevano le proprietà lenitive e antinfiammatorie, lo usavano per proteggere i capelli, per curare la pelle da scottature e ferite, per curare la gola e altre malattie. Si ottiene dalla spremitura a freddo dei semi del jojoba, arbusto sempreverde che cresce prevalentemente nei deserti di California e Messico.

CARATTERISTICHE DELL'OLIO DI JOJOBA

Più che a un olio ci troviamo di fronte a una cera liquida, dal momento che il jojoba non contiene glicerina e quindi non è grasso: per questo motivo l'olio di jojoba viene assorbito dalla pelle in modo straordinario, senza ungere e ostruirne i pori. Per la stessa ragione l'olio di jojoba idrata in profondità la pelle.
E' ricco di vitamina E (tocoferolo, antiossidante naturale), F e minerali che aiutano a prevenire l'invecchiamento precoce della pelle e a ristabilirne il ph naturale. La sua azione antinfiammatoria ed emolliente lo rende utile in caso di scottature, exzemi, psoriasi.
E' molto ben tollerato, completamente inodore e in definitiva uno dei migliori vettori per creare miscele con olii essenziali.
Altra proprietà unica dell'olio di jojoba è la sua stabilità al calore e la resistenza all'irrancidimento (a differenza di tutti gli altri olii vegetali il jojoba non prende col tempo quel 'cattivo odore' di olio vecchio).
Olio di Jojoba La Saponaria

OLIO DI JOJOBA E CURA DELLA PELLE

L'olio di jojoba è adatto a qualsiasi tipo di pelle in caso di disidratazione, irritazione, desquamazione. E' un ottimo rivitalizzante e grazie al suo potere penetrante, se utilizzato con costanza, consente di ridurre le rughe del viso e del collo. E' l'olio ideale per la pelle dei bambini, per la sua delicatezza ed efficacia sulle pelli delicate e arrossate.

Il suo campo d'impiego è pressochè sterminato. Molto efficace su pelle screpolata, disidratata, scottature, protezione dai raggi UVA (filtro naturale 4), base per il trucco o struccante, acne (deterge e regola la produzione di sebo), come dopobarba. Prima e dopo la gravidanza la sua applicazione costante previene la formazione di smagliature mantenendo la pelle elastica. E' l'olio ideale per i massaggi, anche abbinato ad olii essenziali: l'assenza di grassi permette un ottimo assorbimento cutaneo lasciando la pelle morbida e vellutata al termine del trattamento.

Per la cura quotidiana della pelle l'ideale è applicare qualche goccia di olio di jojoba sul corpo o sul volto ancora umidi; questo accorgimento consente di rallentare l'assorbimento e di ottenere la massima idratazione e l'effetto emolliente desiderati.

Opinioni: 

L'olio essenziale di lavanda ha diverse proprietà terapeutiche, tra le più note ricordiamo quelle rilassante, antidepressiva e cicatrizzante

Il nome botanico della Lavanda è Lavandula angustifolia, L. officinalis, L. vera, L. spica. Appartiene alla famiglia delle Labiate e ha origine in Europa meridionale e occidentale. Si tratta di un arbusto sempreverde a fusti eretti, con foglie lineari e fiori raggruppati in sottili spighe blu violette. Per ottenere l' olio essenziale si utilizzano sono le sommità fiorite. Questa essenza - che ha molte proprietà terapeutiche - ha l'aspetto di un liquido viscoso di colore verde scuro, con un odore intenso di erba, leggermente floreale.

Olio essenziale di lavanda La Saponaria
Olio essenziale di Lavanda: i principali impieghi  

 - L'olio essenziale di lavanda è un ottimo sedativo: utile in caso di ansia, insonnia, agitazione e nervosismo. Esercita un'azione riequilibratrice, essendo sia tonica e che sedativa.        

- È utile in caso di incidenti, mediante inalazione dell'aroma o compresse da applicare sulla parte lesa, oppure una goccia da frizionare sul plesso solare.

- Presenta proprietà analgesiche, antisettiche e antibiotiche che la rendono un ottimo aiuto contro le malattie da raffreddamento: influenza, tosse, raffreddamento, sinusite, catarro. In tutti questi casi è consigliabile usare l' olio essenziale di lavanda per via inalatoria o in frizione locale.

Opinioni: 

Come è fatto un detersivo?

17:48 giovedì 21 giugno 2012

Intanto diciamo che di detersivi per lavatrice ce ne sono di tipi diversi e fisicamente ci sono almeno due grandi gruppi: quello dei liquidi e quello delle polveri. Oggigiorno il mercato di questi prodotti è di circa il 60% appannaggio dei detersivi solidi (polveri) e del 40% per i liquidi. Per il momento affrontiamo il mercato maggiore delle polveri per lavatrice.
Sistema detergente (tensioattivi anionici, nonionici, saponi): lava via lo sporco.
Sistema sequestrante (zeoliti, silici in passato fosfati) rende l’acqua dolce e permette ai tensioattivi di agire.
Sistema enzimatico (Enzimi proteolitico, amidolitico ecc.): riduce in particelle piccole lo sporco di grandi dimensioni.
Coadiuvanti e riempitivi (carbonati, solfati ecc.): «lavorano» il prodotto negli impianti e creano delle condizioni ottimali nel bagno di lavaggio.
Una disamina puntuale richiederebbe molto tempo, possiamo accontentarci di dare qualche cenno. I tensioattivi usati nei detersivi da lavatrice sono quasi sempre composti da dodecil benzene solfonato di sodio, sostanza molto efficace, biodegradabile in condizioni aerobiche; purtroppo non lo è in condizioni anaerobiche, quindi a livello di fanghi.
Una sostanza con caratteristiche simili può essere un lauril solfato di sodio, che è biodegradabile in tutte le condizioni.
Poi ci sono i tensioattivi non ionici. Se sono descritti con un numero dispari di atomi di carbonio (esempio: alchil C11 – C15 PEG 7 O.E.) vuol dire che la sostanza è completamente di origine petrolifera, se invece il numero è pari (C12-C14) vuol dire che almeno la parte grassa della molecola è vegetale.
Per i sequestranti, dopo l’abbandono dei fosfati – chissà quanto giustificato alla luce dei dati odierni – si è passati alle zeoliti, sostanze insolubili che cominciano a destare delle serie perplessità. Oggi sono disponibili dei silicati lamellari di ottima solubilità ed efficienza anticalcare.

Detersivi Ogm?
Infine gli enzimi: la discussione su queste sostanze è legata soprattutto al fatto che vengono ottenuti da ceppi batterici geneticamente modificati.
Ovviamente questi Ogm non hanno lo stesso impatto ambientale del mais transgenico per il semplice fatto che non sono presenti «nell’ambiente» ma solamente dentro le fabbriche che li producono, ma sempre ogm sono. D’altra parte, l’azione enzimatica permette un risparmio talmente grande di energia e di sostanze che non si vede come possano non essere intelligentemente impiegati. (...)

Opinioni: 

Una delle domande che ricorrono più spesso nelle community dedicate alla cosmesi, è: questa crema è comedogenica?
Cerchiamo di spiegare innanzitutto cosa significa la parola "comedogenico".
Comedogenico indica una sostanza che favorisce l'insorgere di comedoni, ovvero dei temutissimi e combattutissimi punti neri.
I punti neri non riguardano, come comunemente si crede, i pori, bensì gli ostii follicolari, ovvero i minuscoli forellini da cui escono i peli del corpo.
Sento già qualcuna esclamare sdegnata di non avere peli in faccia!
Ebbene, tutti abbiamo peli ovunque, tranne che sul palmo delle mani e sulla pianta dei piedi. Alcuni peli però sono così sottili da risultare invisibili, mentre altri sono lunghi e rigogliosi (es. i capelli!).
Quando il sebo prodotto ristagna nel follicolo e comincia ad ossidarsi, ecco il punto nero. Questo processo può essere causato o favorito da prodotti non adatti al tipo di pelle che li utilizza.
Ci sono però una serie di ingredienti più comedogenici di altri:

CERTAMENTE COMEDOGENICI - e nemmeno eco-bio!
- isopropyl myristate
- isopropyl palmitate

PROBABILI COMEDOGENICI - e inquinantissimi, evitateli!
- paraffinum liquidum
- petrolatum
- vaselina
- mineral oil

A VOLTE COMEDOGENICI ALTRE NO - eco-bio e vegetali, il livello di comedogenicità dipende dal tipo di pelle:
- cera alba
- beeswax (cera d'api)
- prunus dulcis (olio di mandorle dolci)
- rosa moschata (olio di rosa moscheta)
- altri oli "pesanti" (olio d'oliva).

Queste sostanze è meglio non utilizzarle pure, in caso di pelli impure e/o grasse, mentre all'interno di una preparazione è bene che non siano al primo o secondo posto dell'inci.

Ecco qualche suggerimento utile:

Opinioni: 

I detersivi ecologici della linea Biolù Casa sono prodotti con materie prime vegetali al 100% ottenute da fonti rinnovabili. Contengono ingredienti di origine naturale e sono profumati esclusivamente con oli essenziali naturali. Utilizzano materie prime rapidamente e facilmente biodegradabili, completamente reintegrabili nei cicli biologici naturali e senza tossicità per il consumatore e per l'ambiente.



Prendiamo per esempio il detersivo per bucato a mano e/o in lavatrice. E' un detersivo completo per il lavaggio di biancheria, capi bianchi e colorati a mano o in lavatrice, profumato all'olio essenziale di citronella da agricoltura biologica. Garantisce un pulito impeccabile già a basse temperature. Contiene glicerina vegetale, che combatte l'infeltrimento e rende morbide le fibre anche senza l'utilizzo dell'ammorbidente.


Pericolosità Nome Tipologia
Pericolosità bassissima Aqua solvente
Pericolosità bassissima Cocoglucoside tensioattivo nonionico
Pericolosità bassissima Sodium Chloride viscosizzante
Pericolosità bassa Sodium Lauryl Sulfate denaturante / emulsionante / tensioattivo
Pericolosità bassissima Potassium Cocoate emulsionante / tensioattivo
Pericolosità Elemento non trovato sodium hydrogencarbonate elemento non trovato
Pericolosità bassa Alcohol solvente
Pericolosità bassissima Glycerin denaturante / umettante / solvente
Pericolosità Elemento non trovato cymbopogon citratum oil elemento non trovato

(Fonte: www.incianalyzer.tk)

Sodium hydrogencarbonate: bicarbonato di sodio

Opinioni: 

I petrolati

17:00 martedì 19 giugno 2012

"I petrolati sono una classe di composti ricavati dal petrolio per distillazione. Il prodotto più conosciuto tra i petrolati è senza dubbio la vasellina e spesso si usa questo termine, impropriamente, per indicare un qualunque composto della classe dei petrolati. Sono sostanze molto "pesanti": grosse molecole di idrocarburi saturi costituite da minimo 20 atomi di carbonio. Si presentano come una pasta cerosa semitrasparente di colore bianco per le miscele più pure (usate in campo cosmetico e farmaceutico) o giallo ambrato per le meno pregiate (inquinate da residui di raffinazione e quindi impiegate nell'industria come lubrificanti). Sono quindi sostanze del tutto estranee agli organismi viventi, al nostro corpo, alla nostra pelle… ed ovviamente non sono biodegradabili.

Nomi commerciali sotto il quale si possono  trovare in etichetta:
- olio minerale (mineral oil)
- gel di petrolio
- petrolatum
- vasellina
- paraffinum liquidum

Nel settore cosmetico (o anche per le pomate ad uso farmaceutico) sono usati come agenti filmanti , poiché danno una sensazione di levigatezza: creano un "film" sulla pelle che conferisce al tatto la sensazione di "liscio". Ma questo "film" è una sottile pellicola sintetica che noi mettiamo sulla nostra pelle (tipo vinavil, o la pellicola trasparente che si usa per conservare gli alimenti).

Opinioni: 

Pelle a macchia di leopardo

14:50 lunedì 18 giugno 2012

Oggi, sulla pagina facebook Eco Natura Bio c'era la segnalazione di un articolo interessante sulle macchie sul viso in relazione all'esposizione al sole. E allora, prendo la palla al balzo e lo posto per intero:

"Scena: studio dermatologico, interno giorno. La paziente è una quarantenne affranta. La chiamerò Rita.

Rita: Dottoressa sono disperata, quando arriva l’estate inizia il mio calvario,  le macchie sul viso peggiorano, aumentano, e a me non va nemmeno di uscire di casa! Ho provato di tutto, laser, creme schiarenti, peeling. Al momento se ne vanno, ma al primo raggio di sole rispuntano più tenaci che mai.

Dermatologa (io): Capisco quanto il melasma possa dare fastidio, ma non merita tutta questa disperazione! Si deve solo armare di tanta, tanta, ma proprio tantissima pazienza, perchè la fretta di mandarlo via, questo benedetto melasma, è una brutta bestia. La fretta fa fare azioni scellerate! Aggredire una zona di pelle che già reagisce iperpigmentandosi agli insulti, non è la soluzione.

Rita: Allora cosa devo fare? Mi fa un peeling?

Dermatologa (sempre io): Ma che peeling e peeling! Le faccio un peeling, al momento migliora, e poi le macchie rispuntano fuori, tanto più che adesso, con la luce del sole estivo, il peeling non si fa proprio! Piuttosto, mi racconti quando è iniziato, come sta di salute, se assume farmaci, se il ciclo è regola, come cura la sua pelle… [e tutte le amenità anamnestiche che vi risparmio].

Al termine delle amenità anamnestiche.

Opinioni: 

Filtri solari (short remix)

10:25 sabato 16 giugno 2012

Visto che il sole ha smesso di fare il timido, facciamo un ripassino veloce veloce sui solari?

"I filtri solari sono utilizzati per limitare gli effetti indesiderati dei raggi ultravioletti (UV); a seconda della lunghezza d’onda, che ne determina la profondità di penetrazione cutanea, questi si suddividono in UVA, UVB e UVC.  La maggior parte dei raggi UV che raggiungono la superficie terrestre sono UVA e, in piccola parte, UVB, mentre gli UVC sono (quasi) totalmente assorbiti dall’atmosfera.  Analizziamoli singolarmente;

i raggi UVA, con lunghezze d’onda maggiori, sono i meno dannosi. Vista la loro elevata lunghezza d’onda sono tuttavia in grado di penetrare in profondità nel derma distruggendo capillari, collagene ed elastina, provocando eritemi e danneggiando la pelle.

I raggi UVB hanno lunghezza d’onda media, e  sono ritenuti tra le cause maggiori di cancro della pelle, come il melanoma. Inoltre, La radiazione UVB è molto più efficace della radiazione UVA nel provocare l’eritema.

Opinioni: 

 Articolo "vecchiotto" ma in un modo o nell'altro sempre attuale, purtroppo.

"Le misteriose fabbriche che "costruiscono" sapore e consistenza dei cibi. Nel 1998 negli USA sono stati uccisi nello svolgimento del loro lavoro più dipendenti della ristorazione che agenti di polizia. Sorprendente, vero? Meno sorprendente, visti i bassi salari praticati dalle catene di fast food, che i due terzi delle rapine ai danni di ristoranti siano compiuti da dipendenti o ex dipendenti. Da un'indagine del '99 risultava che per rifarsi in parte delle paghe da fame e delle angherie subite la metà dei dipendenti dei fast food statunitensi rubava oggetti o danaro sul posto di lavoro, per un valore medio di 218 dollari l'anno. Per arginare questa particolare forma di lotta di classe le big della ristorazione veloce hanno speso miliardi di dollari in sofisticate tecnologie per il controllo a distanza del personale. Li avessero usati per pagare salari più decenti, i risultati sarebbero stati di certo migliori.  Di informazioni paradossali come queste è pieno "Fast Food Nation. Il lato oscuro del cheeseburger", di Eric Schlosser, uno degli ultimi titoli della vasta letteratura su McDonald's e simili. Uno dei capitoli più affascinanti del libro è dedicato all'industria degli aromi, anello fondamentale e nascosto della fabbricazione del cibo.

Opinioni: 

Laboratorioveg nasce nel giugno del 2010 con il chiaro obiettivo di contribuire alla diffusione della cucina naturale.
Samantha Alborno, la sua ideatrice, inizia così un percorso di sperimentazione che la porterà ad accrescere la sua esperienza nella consapevolezza dell'esistenza di una cucina sana e al tempo stesso gustosa e appagante.




La qualità delle materie prime, l'attenzione alla loro stagionalità e l'esclusione di prodotti animali sono i valori fondanti di questa giovane realtà che ha scelto di puntare i riflettori su una cucina naturale che nutre corpo e mente.


I servizi di Laboratorioveg


Formazione: alla scoperta di sapori nuovi e stimolanti con i corsi di cucina naturale, vegetariana e vegana.

Cuochi a domicilio: tu ci metti la cucina e loro pensano all'atmosfera e ad un menù personalizzato. Puoi scegliere dal loro catalogo le portate che preferisci e prepararti ad una serata speciale nell'intimità di casa tua.

Organizzazione eventi: un coffe break etico, ecologico e leggero per dare valore a meeting e conferenze, fiere, inaugurazioni ed eventi di lavoro ma anche uno stuzzicante buffet per feste di compleanno ed eventi importanti della tua vita.

I servizi sono personalizzati sulla base delle singole esigenze (celiachia, intolleranze alimentari, allergie, colesterolo, ipertensione).


Cucina naturale, perchè?

Etica: Laboratorioveg sostiene il commercio solidale e il biologico, oltre a preoccuparsi per la vita dei nostri amici animali

Ambientale: l'alimentazione vegetariana contribuisce in modo sostanziale alla riduzione dello sfruttamento delle risorse. Per ottenere una bistecca si utilizzano 7,5kg di cereali, 7.750 litri di acqua, 17,5mq di foresta e si emettono circa 18kg di CO2.

Salutistica: l'attenzione alla qualità delle materie prime e l'attenzione ad una alimentazione equilibrata e priva di alimenti di origine animale porta molti benefici.

Per saperne di più visita il sito www.laboratorioveg.it, ricco di spunti e ricette sfiziosissime.
Oppure visita la pagina facebook: LaboratorioVeg

Opinioni: 

Coloranti: dopo il caso Coca e Pepsi, ecco quanto bisogna assumerne per rischiare davvero
Le multinazionali americane hanno corretto la ricetta delle bibite negli Stati Uniti: il colorante caramello sarebbe dannoso per la salute. Abbiamo calcolato qual è la soglia da non superare per essere tranquilli
di Chiara Palmerini

Piuttosto che far comparire su bottiglie e lattine l’allarmante scritta "a rischio cancro", la Coca Cola e la Pepsi si sono rassegnate a correggere la ricetta delle loro bevande diminuendo le quantità del colorante caramello che dà il caratteristico colore alle bibite. Tutto ciò avviene in California. Da noi tutto rimane per il momento com’è. Possibile? Le scure bollicine sono cancerogene e nessuno se ne preoccupa?

Tutto è nato in America da alcuni studi secondo cui certi residui che si formano nella reazione del colorante usato nelle cole aumentano il rischio di tumore nei topi. Tanto il Center for Science in the Public Interest, un’associazione di consumatori americana, ha chiesto il bando di questo colorante, il cui residuo apparentemente dannosi è stato poi inserito dalle autorità della California nella lista delle sostanze cancerogene.


Il colore caramello

Quello che si trova tra gli ingredienti di bibite, ma anche di svariati prodotti confezionati, pane, biscotti, salsa di soia, aceto balsamico, conserve di frutta rossa sotto l’etichetta di “colorante caramello”, sigla E 150, può appartenere a quattro tipi. Oltre al caramello normale, che si può fare anche a casa riscaldando lo zucchero, ce ne sono altre tre varietà di produzione industriale, ottenute facendo reagire uno zucchero con composti dello zolfo o dell’ammoniaca. Quello sotto accusa usato nella Coca Cola e nella Pepsi si chiama caramello solfito-ammoniacale, sigla E 150d. Il potenziale pericolo di questo colorante si anniderebbe in un sottoprodotto che si genera nella reazione di cottura, una sostanza chiamata 4-MEI, presente anche nel caramello E 150 c.
 
La sicurezza

Come tutti gli additivi presenti nei cibi, i coloranti sono soggetti a una precisa regolamentazione e a limiti stabiliti dalle autorità.

Proprio l’anno scorso, l’Efsa, l’autorità europea per la sicurezza alimentare aveva rivalutato, come avviene periodicamente, la sicurezza dei coloranti caramello, lasciando invariata la cosiddetta “dose giornaliera accettabile”, cioè la quantità che, anche consumata tutti i giorni, non crea problemi alla salute, a 300 milligrammi per chilo di peso corporeo. Per un solo tipo di caramello, l’E 150 c, gli esperti hanno fissato la soglia più restrittiva di 100 milligrammi per chilo di peso corporeo, dato che alcuni studi hanno evidenziato un possibile effetto dannoso sul sistema immunitario (causati però da una sostanza diversa da quella ritenuta cancerogena in California). Lo studio sui topi americano, invece, come riferisce Lucia De Luca, addetto stampa dell’Efsa, non è stato ritenuto significativo dagli esperti dell’Efsa perché le dosi utlizzate erano molto elevate, lontane da quelle possibili con il normale consumo alimentare, e perché i dati riguardavano soltanto animali da esperimento.

Assobibe, l’associazione che riunisce i produttori italiani di bevande analcoliche, tra cui anche i produttori di Coca Cola in Italia (Sibeg e Coca Cola Hellenic Bottling Company Italia) hanno ribadito che i consumatori possono stare tranquilli riguardo alla sicurezza del colorante caramello.
 
Quanto caramello ingurgitiamo?

Panorama ha comunque chiesto agli esperti Efsa, sulla base del loro stesso dossier che fissa le dosi giornaliere accettabili, di calcolare se è possibile avvicinarsi o superare questa dose consumando alcuni dei prodotti più diffusi che contengono i coloranti caramello.

Mettiamo che un bambino e un adulto consumino: una lattina di cola, una porzione di dessert, un pacchetto di caramelle, uno di noccioline, una zuppa e due porzioni di pane contententi il colorante. È possibile si arrivi a superare in questo modo la razione massima giornaliera? La risposta è sì. Un bambino di 20 chili che consumasse questi prodotti, introdurrebbe sulla base delle tabelle Efsa circa 15.500 milligrammi di colorante, superando così ampiamente la dose giornaliera accettabile, che sarebbe per lui di 6 mila milligrammi al giorno (300 milligrammi per chilo di peso).

Per un adulto di sessanta chili il limite non sarebbe superato (dato che la sua dose accettabile giornaliera è 18 mila milligrammi), ma ci andrebbe comunque vicino.

Gli esperti Efsa sottolineano che il calcolo è solo ipotetico, ed è basato sui valori massimi riportati dall’industria per i vari prodotti, e inoltre che la dose giornaliera non dannosa ha un ampio margine di sicurezza perché presuppone che il consumo di questi prodotti avvenga tutti I giorni.

In ogni caso, chi si sarebbe aspettato tutto ciò dall’innocuo colore caramello?

Opinioni: 

 Di Hans-Hulrich Grimm - «L’imbroglio della zuppa»

521 West 57th Street, New York, NY 10019. In fatto di sapori questo è l’indirizzo più importante. Qui viene composto l’odore del gran mondo, qui vengono progettate le gioie del palato per tutto il globo, qui vengono stabilite le illusioni dei sensi di domani. IFF, cioè International Flavors & Fragrances, primo produttore al mondo di sostanze aromatiche.
Pur non riuscendo a rimanere del tutto incognito, il gruppo industriale non fa vedere molto. Non vengono fornite informazioni al pubblico, non esiste un ufficio stampa. E superflua è considerata anche un’agenzia pubblicitaria. (…) Anche le banche dati e gli archivi più forniti danno solo scarne informazioni: fatturato annuo 1,1 miliardi di dollari, numero dei dipendenti 4200. Diversi stabilimenti negli Stati Uniti, diverse filiali in Europa. Anche qui lo stesso misterioso comportamento della centrale di Hudson: «Per motivi legati alla politica dell’impresa», rende noto la direzione della filiale tedesca, «si è purtroppo impossibilitati a rivelare dettagli sulle attività della stessa».
Strano: questo gruppo industriale influenza l’alimentazione di milioni di persone.
Regna sul sapore delle minestre e della carne in scatola, degli spuntini da scaldare al microonde e della pizza surgelata. L’azienda è molto innovativa, scopre costantemente nuovi aromi ed esperienze gastronomiche.

Opinioni: 

Io continuo a leggere e a condividere. Ripartiamo dal commento aggiunto al precedente post sulla tartrazina, in modo da inquadrare meglio la questione ed evitare fraintendimenti:

"A partire dal 20 luglio 2010 gli alimenti contenenti i coloranti E 102, E 104, E 110, E 122, E 124 ed E 129, devono recare, accanto alla denominazione (E), anche la scritta "può influire negativamente sull’attività e l’attenzione dei bambini" come riportato nell’allegato V del regolamento europeo 1333/2008. Gli alimenti presenti nel mercato o etichettati prima di questa data possono essere commercializzati fino alla data di scadenza.
Sono esclusi dall'obbligo gli alimenti in cui il colorante è stato utilizzato per la marcatura a fini sanitari o di altro tipo su prodotti a base di carne o per la stampigliatura o la colorazione decorativa dei gusci d’uovo.
Per riepilogare, i coloranti oggetto di questa normativa sono:
E 102: tartrazina
E 110: giallo tramonto FCF, giallo arancio S
E 104: giallo di chinolina
E 122: azorubina, carmoisina
E 129: rosso allura AC
E 124: Ponceau 4R, rosso cocciniglia A
(Fonte: http://trashfood.com/2010/08/06/cedrata-spuma-e-chinotto-a-km-zero/)
Va segnalato che diverse aziende alla luce di ciò hanno optato per l'utilizzo di altri coloranti.
Vedere per esempio il caso delle caramelle Haribo: Papillevagabonde e di molte cedrate in commercio: Trashfood.com"

Quindi ne deriva che "tendenzialmente" il discorso è da effettuare "al passato".
Soffermiamoci però ancora un attimo sul discorso cedrate e approfondiamolo un pochino.

 "Come si ottiene il colore giallo fluorescente della cedrata Baja? Niente cedro ma: acqua, zucchero, Acidicante: Acido citrico, Aromi, Anidride carbonica, conservante:sodio benzoato, coloranti: E102, E132

Stessa azienda produttrice della Baja ma etichetta diversa, la Cedrata Drink non cambiano gli ingredienti: Acqua, zucchero, Acidicante: Acido citrico, Aromi, Anidride carbonica, conservante:sodio benzoato, coloranti: E102, E132

Trovate su Google:

Opinioni: 

Tartrazina. Per gli amici E102.

12:20 lunedì 11 giugno 2012

Ieri leggendo su Trashfood questo articolo dedicato alla tartrazina (Tartrazina addio?), ho pensato di approfondire l'argomento e dedicargli un post.
Come mia abitudine, ho inziato a cercare sulla rete risorse interessanti ed autorevoli da citare ed utilizzare a tal proposito.
Poche ma concise informazioni le ho subito trovare su Wikipedia:

"La tartrazina o giallo tartrazina (E102) è un colorante artificiale azoico di colore giallo limone.

Uso
La tartrazina è aggiunta nelle bevande gassate, nelle caramelle alla frutta, nei budini, nelle minestre confezionate, nel gelati, nei chewing gum, nel marzapane, nelle marmellate, nelle gelatine, nella mostarda, nello yogurt e in molti altri alimenti assieme alla glicerina, limone e miele. La si può persino trovare negli involucri delle capsule dei medicinali.

A volte viene addizionato al colorante E133, o Blu Brillante FCT, o al E142 Verde S, per produrre diverse sfumature di verde durante i processi di inscatolamento dei piselli.
 
Patologie
È causa di molte allergie e intolleranze, reazioni causate da tutti i coloranti azotati, in particolare tra coloro che sono già intolleranti all'aspirina e tra gli asmatici: la tartrazina è implicata nella liberazione di istamine con un meccanismo di attivazione indiretta della degranulazione da parte dei mastociti.

Tra le altre reazioni a questo colorante vi sono: l'emicrania, edemi, la visione di macchie, prurito, riniti, macchie rosse sulla pelle, problemi di respirazione. L'azione sinergica della tartrazina con l'acido benzoico (E210), è una concausa dell'iperattività nei bambini.
 

Permessi 
Questo colorante è permesso in Gran Bretagna, Italia, negli Stati Uniti, ma proibito in Norvegia e in Austria."
(http://it.wikipedia.org/wiki/Tartrazina)

Continuando la ricerca mi sono imbattutto, nel sito del Centro di Riferimento Regionale per la Formazione in Sanità Pubblica Veterinaria e Sicurezza Alimentare della Regione Toscana, in questo documento molto interessante e decisamente illuminante che vado a citare nella sua interezza, almeno per quello che riguarda appunto la parte inerente la tartrazina:


"La tartrazina, E102 o yellow 5 è un colorante di sintesi azoico, cioè che presenta un legame fra due molecole di azoto (N=N) appartenenti a due anelli aromatici.


N=N è anche un gruppo “cromoforo”
responsabile del colore, insieme ai legami C=C e gli anelli aromatici.
Formula molecolare: C16H9N4Na3O9S2
Massa molecolare: 534,3
Numero CAS: 1934-21-0

Opinioni: 

Il mito: L’elenco degli ingredienti nei prodotti alimentari è studiato per informare i consumatori circa il contenuto del prodotto stesso.
La realtà: l’elenco degli ingredienti è usato dai produttori alimentari per imbrogliare i consumatori sul fatto che siano più sani di quello che in verità sono.

Questo articolo esplora i più comuni trucchi usati dalla aziende alimentari per ingannare i consumatori. L’articolo contiene anche utili informazioni per aiutare i consumatori a leggere le etichette dei prodotti con il giusto scetticismo.

Ingannare i consumatori: trucchi del commercio alimentare
Se la Scheda Nutrizionale Informativa presente nella confezione del prodotto alimentare elenca tutte le sostanze contenute nel prodotto, come possono ingannare i consumatori? Ecco alcuni dei modi più comuni: uno dei trucchi più comuni è quello di distribuire gli zuccheri presenti tra molti ingredienti così che le quantità di zuccheri non compaiono nei primi tre dell’elenco. Per esempio un’azienda può usare una combinazione di saccarosio, fruttosio, sciroppo di cereali, sciroppo di grano, zucchero di canna non raffinato, destrosio e altri zuccheri per essere sicura che nessuno di essi sia presente in quantità sufficiente da arrivare nelle prime posizioni dell’elenco degli ingredienti (ricordate che gli ingredienti sono elencati in ordine di proporzione nel prodotto, con i più presenti elencati per primi). Questo inganna i consumatori sul fatto che il prodotto non è fatto in realtà principalmente da zucchero mentre i principali ingredienti potrebbero essere differenti tipologie di zucchero. E’ un modo per spostare artificialmente lo zucchero più giù nella lista degli ingredienti, non informando sul contenuto reale di zucchero presente nell’intero prodotto.
Un altro trucco consiste nel gonfiare l’elenco con minuscole quantità di ridondanti ingredienti. Si può vederlo nei prodotti per la cura personale e nello shampoo, dove le aziende dichiarano di fornire shampoo alle erbe che in realtà hanno un contenuto di erbe quasi inesistente. Nei prodotti alimentari le aziende gonfiano la lista degli ingredienti con “salutari” bacche, erbe o supercibi che, molto spesso, sono presenti solo in minuscole quantità. La presenza alla fine dell’elenco degli ingredienti della “spirulina” è praticamente insignificante. Non c’è abbastanza spirulina in quel prodotto che possa produrre reali effetti sulla vostra salute. Questo trucco è chiamato “etichetta imbottita” ed è comunemente usato dai produttori di “junkfood” (cibo spazzatura) che vogliono saltare sul carro dei prodotti biologici senza in realtà produrre cibi salutari.

Opinioni: 

A proposito di Biodizionario

13:39 venerdì 8 giugno 2012

"Esistono diverse tipologie di consumatori di prodotti cosmetici: quelli più esigenti non si accontentano di leggere le informazioni contenute nel packaging e non si fidano del consiglio del vicino di casa o della propria estetista, ma vogliono conoscere, comprendere nel dettaglio ciò che acquistano e che applicano quotidianamente sulla cute. Con la Direttiva CEE 76/768/CEE, è divenuta obbligatoria, da parte dei paesi dell'Unione Europea, produttori e importatori, l'indicazione di tutti i componenti contenuti nel prodotto finito: l'etichetta è diventata così lo strumento prioritario per informare i consumatori riguardo le caratteristiche dei prodotti in commercio ed ha acquisito un progressivo valore ai fini della tutela dei diritti dei consumatori. Ma ahimè, per il consumatore medio, la strada per una corretta comprensione dell'etichetta risulta tortuosa e irta di diciture vaghe, complesse, incomprensibili: mancano spesso gli strumenti utili per decifrare quel linguaggio criptico riportato per legge sul retro di tutte le confezioni dei prodotti cosmetici presenti sullo scaffale. La frustrazione è notevole perché il consumatore diligente ed esigente capisce che la capacità di decifrare l'etichetta lo aiuterebbe a fare scelte più consapevoli e si sentirebbe più tutelato dal rischio di sperperare incoscientemente il proprio denaro. (...) Cosa fare dunque per soddisfare la proprio necessità di informazione?

Nulla di più immediato che scandagliare l'oceano web ove, (...) è possibile reperire informazioni e spiegazioni riguardo qualsiasi argomento, ma dove l'insidia di imbattersi in tutto e il contrario di tutto è sempre in agguato. Il risultato di una informazione così diffusa e non verificata è una maggiore confusione che equivale a disinformazione.

Come conseguenza al desiderio di comprendere meglio "l'essenza" del prodotto cosmetico da parte del consumatore attento, abbiamo assitito, nell'ultimo decennio, all'esplosione di siti interattivi sul web, dove è possibile confrontarsi e scambiarsi cosigli, esperienze e opinioni: tramite i blog on line si analizzano i prodotti, si indicano gli ingredienti "buoni" o "cattivi", si trova conforto nel sentirsi dire che la scelta nell'acquisto del proprio prodotto è stata azzeccata.

Opinioni: 

Per allungare la vita di molti prodotti, e non parliamo solo di prodotti alimentari, ma anche di cosmetici, di farmaci e di altre categorie di beni di consumo, utilizziamo i conservanti. 
Ecco, questa è una parola che nel tempo ha assunto ormai una connotazione negativa per cui allo stato attuale, un prodotto sul quale viene indicata a caratteri cubitali l’assenza di conservanti ci fa pensare ad una qualità superiore rispetto a tutti quelli che invece utilizzano conservanti.

Ma da cosa i conservanti devono proteggere il cosmetico o l’alimento? Ogni molecola ha una sua stabilità che dipende da tantissimi fattori ciascuno dei quali va considerato insieme con tutti gli altri; tra questi troviamo la temperatura, la presenza di ossigeno, il pH del prodotto e tantissimi altri. In determinate condizioni i legami chimici che caratterizzano una certa molecola possono indebolirsi fino a spezzarsi e formare dei legami diversi che quindi evidentemente significano una sostanza diversa. Molto spesso queste nuove molecole non hanno “proprietà benefiche” rispetto al prodotto e di fatto rappresentano una degradazione da evitare. Per capire meglio pensiamo ad un cosmetico; sappiamo che una categoria di molecole presente in molti prodotti di questo genere è costituita dagli oli, molti dei quali presentano delle insaturazioni (i famosi grassi insaturi); i grassi insaturi in presenza di ossigeno subiscono più o meno facilmente (dipende dalle caratteristiche strutturali) una reazione di degradazione che procede attraverso dei radicali liberi portando a molecole dall’odore e sapore (nel caso di alimenti) caratteristici. Il fatto che ogni molecola abbia una propria stabilità ci fornisce una prima risposta alla nostra domanda: ogni molecola ha un suo tempo di vita che dipende da un insieme di fattori, ma prima o poi (dipende dalle condizioni di conservazione) la nostra molecola tenderà a degradarsi. I conservanti, specie la categoria degli antiossidanti, hanno la funzione di allungare la vita delle molecole cercando di evitare che si verifichino le condizioni ideali per l’irrancidimento. Oltre alla stabilità di ciascuno degli ingredienti del nostro cosmetico, bisogna valutare tutto l’insieme. Periodicamente rimbalzano sui media le notizie in cui si annuncia la presenza di vita nell’universo e spesso il tutto nasce dalla frase “scoperta la presenza di acqua….”  Già, proprio l’acqua, pare che abbia fornito l’ambiente necessario alla nascita della vita.

Opinioni: 

Oggi rimaniamo in tema bucato per parlare degli sbiancanti ottici o azzurranti (perborato di sodio, derivati di bis-triazinilamino-stilbene disolfonico (sale disodico), acido peracetico, dicloroisocianurato di sodio), cioè di come sia possibile "nascondere la polvere sotto al tappeto". Gli sbiancanti ottici infatti non sbiancano niente, semmai coprono, "tappano", agiscono a livello visivo sul modo con cui l'occhio percepisce la macchia (e il pulito) e non sulla stessa. In pratica lo sbiancante fissandosi alle fibre riesce con la "collaborazione" dei raggi UV a rendere visibili ai nostri occhi le radiazioni ultraviolette che di regola non percepiamo facendoci percepire bianchissimo ciò che in realtà non lo è.

La percezione del bianco deriva da una riflessione totale della luce che incide su una superficie, in tutte le sue componenti cromatiche: non per niente ci viene insegnato che il bianco è la sommatoria di tutti i colori (almeno in un sistema additivo, come quello costituito dalle luci). Qualsiasi lunghezza d'onda assorbita dalla superficie, in questo caso dal tessuto, determina una qualche colorazione, complementare alla lunghezza d'onda assorbita: se un tessuto per ragioni di sporcizia o della sua natura intrinseca trattiene un pò della radiazione blu-viola della luce solare, ecco che ai nostri occhi apparirà giallastro.

Opinioni: 

Una recente ricerca dell'Università di Barcellona, diretta dal professor Javier Santos e pubblicata su Journal Food Chemistry, ha focalizzato l'attenzione sulle dosi di furano presenti alla fine della lavorazione di vari tipi di caffè. Il furano o furfurano o ancora ossido di divinilene, è un composto organico eterociclico aromatico, in pratica si tratta di un ossido tossico e cancerogeno ceh si produce quando cibi e bevande vengono sottoposti a intensi trattamenti termici. 

Quello che è emerso è che i livelli di furano più alti sono proprio concentrati nella capsule, che ne contengono dai 117 ai 244 nanogrammi a millimetro, seguiti da caffè espresso da bar (da 43 a 146 ng/ml) e caffè moka (da 2 a 78 ng/ml). Pare che tali differenze siano collegabili ai diversi titpi di confezionamento: essendo il furano una sostanza altamente volatile, più la chiusura della confezione è efficace più resta imprigionato all'interno. Inoltre il caffè in capsule subisce tostature ad alte temperature che innalzano ancora di più le dosi di furano. Non tutti gli scienziati concordano sulla reale pericolosità di questa sostanza, partendo dal presupposto che le dosi di una singola capsula o caffè espresso sono basse (da 0.03 a 0.38 mg per kg di peso corporeo) rispetto alla dose limite di sicurezza di 2 mg/kg.

Opinioni: 

Ancora una volta parliamo del grano Senatore Cappelli. Lo facciamo riportando per intero questa intervista al Dott. Pietro Corcella, naturopata e biochimico dell'alimentazione e medicina tradizionale mediterranea.

Dr. Corcella, qual è il suo giudizio sul Cappelli Akrux®, grano duro bio e non irradiato?
Il mio giudizio è positivo, lo dico con entusiasmo! L'alimentazione comune ha subìto una netta perdita di qualità a favore del junk-food. La gente è disinformata e incauta nei suoi acquisti. Diabete e obesità saranno le prossime epidemie. Dalle bibite gassate ai chewing-gum, dai grassi idrogenati ai farinacei di scarsa qualità e ultra-raffinati, il cibo-spazzatura ha letteralmente travolto la nostra tradizione e mortificato la qualità sulle nostre tavole. Da piccoli ci alimentiamo con prodotti mediocri e ricchi di micotossine, da grandi ci preoccupiamo solo delle calorie. Ma la dieta espressa in "calorie" non valorizza la qualità delle combinazioni alimentari: la "caloria" è soltanto un parametro quantitativo, non distingue la tipologia, le combinazioni e la composizione del cibo. La dieta espressa in "calorie" spesso è privativa, sbilanciata e crea malnutrimento. Oggi bisognerebbe recuperare il concetto di “nutraceutico”, ovvero quel tipo di alimento che svolge azione protettiva nei confronti di particolari patologie; un alimento funzionale che, oltre ad avere un adeguato contenuto nutrizionale, cura, riequilibra, sostiene, rafforza, depura. Il grano Cappelli a marchio Akrux® è un nutraceutico!

E' davvero tanto sensibile il nostro corpo al tipo di alimentazione che solitamente adottiamo? Quanto la nutraceutica può migliorare la nostra salute? 
Dobbiamo immaginare il nostro corpo come un registratore: il nostro stile di vita e la nostra alimentazione quotidiana forniscono una gran mole di dati inesorabilmente acquisiti. Il risultato delle nostre condotte non è detto che presenti subito il suo conto. Seguendo la stessa e identica dinamica degli eventi sismici, il nostro corpo (la crosta terrestre) immagazzina una enorme quantità di energia (gli squilibri fisiologici) in un dato punto. Superato il punto critico, l'energia potenziale si libera esattamente nel punto di maggior debolezza del sistema e origina una faglia: è il momento in cui si palesa il quadro patologico o, peggio, l'evento clinico (ictus, infarto, tumori, etc.) non altrimenti contenibile. Come accennato, la nutraceutica è lo studio delle proprietà combinate nutritive e farmaceutiche degli alimenti. Il cibo diventa farmaco, il cibo è farmaco, come dice Ippocrate. E' quindi logico asserire che l'aderenza al pattern di una sana alimentazione, come pratica abitudinaria di prevenzione secondaria, presenta diversi benefici: minore incidenza di eventi trombotici, apprezzabile stato di salute generale con azione favorevole sui caratteri delle funzioni fisiologiche che ne derivano e, non trascurabile, abbattimento dei costi sanitari connessi alla prevenzione primaria (esami, test clinici).

Opinioni: 

Per asciugare bene la pelle e i capelli bisogna usare asciugamani che asciugano. Sembra un’ovvietà, ma non lo è poi tanto. Il problema sono gli ammorbidenti: usati in aggiunta al detersivo per rendere più morbida la biancheria, contengono un particolare tipo di tensioattivi (i tensioattivi cationici) che si depositano sulle fibre avvolgendole in un velo lubrificante che resiste al risciacquo.
Questa “patinatura” ha diversi effetti: allunga i tempi di asciugatura del bucato, cosa che potrebbe favorire lo sviluppo di muffe e funghi; limita le normali proprietà igroscopiche del cotone, rendendolo molto meno assorbente; rende gli indumenti meno traspiranti e più simili a tessuti sintetici, facilitando una più rapida formazione degli odori corporei; inoltre gli asciugamani trattati con l’ammorbidente “attirano” più facilmente lo sporco e la polvere dall’ambiente. In pratica un asciugamano trattato con l’ammorbidente non è realmente “pulito” se per pulizia si intende l’assenza di depositi sul tessuto. Un asciugamano realmente pulito invece assorbe rapidamente l’acqua dalla pelle e dai capelli, e insieme all’acqua “cattura” anche gli ultimi residui di sporco, di detergente e di cellule desquamate che possono essere rimasti sulla pelle dopo il lavaggio. Asciugarsi bene con l’asciugamano è importante; se la pelle rimane umida e termina di asciugarsi all’aria può tendere alla secchezza e all’arrossamento; mentre per quanto riguarda i capelli una buona asciugatura iniziale riduce il tempo di utilizzo dell’asciugacapelli, a tutto vantaggio della bellezza e della forza dei capelli.


Opinioni: 

I dermatologi la chiamano DAC, è la così detta dermatite da contatto: una reazione allergica della pelle conseguente all'intolleranza dell'epidermide di alcune sostanze, o a volte semplicemente di una sola, il che può rendere veramente difficile una rilevazione oggettiva attraverso test specifici.
In Italia dichiarano di esserne affette più o meno costantemente, il 15% delle donne e il 7% degli uomini. In molti casi i fastidiosi pruriti, che a volte possono diventare vere e proprie eruzioni cutanee estese in tutto il corpo, fanno scattare dei meccanismi ossessivi di "caccia al colpevole", e allora, via con i test di rilevazione, ne esistono di tutti i tipi: sugli alimenti, sulle sostanze, e persino sui tessuti.


Ma non di rado capita che nonostante tutte le ricerche, da un punto di vista allergologico, il paziente risulti negativo a tutto, ovvero, secondo i test sano come un pesce e senza nessun tipo particolare di intolleranza a cibi sostanze tessuti ecc..
In effetti, anche secondo gli esperti, l'esperienza dimostra che tutto ciò può accadere, e allora che fare? Prima di tutto partire da cose semplici, a volte sottovalutate, ma in molti casi realmente risolutive.

Opinioni: 
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...